Shake Dog Shake

I testi dell’Albero di Grafite raccontano, spesso, i modi in cui la musica incrocia le nostre biografie.Le incrocia come una colonna sonora? Come un motore di cambiamento? Come la materializzazione di un desiderio identitario? Come tentazione nostalgica?Nel racconto di Francesco Picca Shake dog shake si rivela uno specchio, capace di congelare nel tempo un frammento di sé.

Devo dare per scontato che l’estate del 1985 sia stata torrida al limite della sopportazione umana, così come si conveniva nella mia terra di Sud prima delle attuali anomalie climatiche. Estate di quindicenne la mia, incentrata sul mio compleanno di leone in prima decade e sui soliti regali non richiesti e tantomeno desiderati. Quell’anno, però, tra le mani di mia cugina, donatrice occasionale e del tutto inaspettata, prese forma un incarto che parlava di vinile in dimensione long playing. La mia curiosità giocò lentamente con la resistenza dell’incarto fino a che la luce di luglio esaltò le declinazioni cromatiche del blu e del rosso nell’esperimento pittorico della copertina. Tra gli sbuffi acidi della grafica campeggiava il titolo “The Top”. Ascoltavo i Cure da un po’, dall’estate precedente. Li schitarravo con i compagni di liceo, scimmiottando il look e le movenze di Smith e soci sulla base dei racconti di chi li aveva ascoltati dal vivo, oltremanica, a margine di improbabili peripezie da autostoppista. Nel silenzio post-pranzo, nell’atmosfera rarefatta e sonnolente del pomeriggio, pensai che fosse il momento per liberare il suono di quel regalo. Osservai la lenta traslazione del braccio automatico del giradischi, un Lesa acquistato da mio padre in Germania a metà degli anni ’60, ancora oggi un meraviglioso reperto di tecnologia audio. La puntina approcciò un po’ ruvidamente il primo solco: Shake dog shake. La rullata introduttiva di Andy Anderson e la risata beffarda di Robert Smith furono come una scarica di lancinanti dubbi a danno delle poche certezze musicali che avevo maturato sino ad allora. Una sassaiola persino più devastante degli occhi sorridenti e azzurri di mia cugina, di quegli scomodi grumi di desiderio adolescenziale. Ancora oggi le mie orecchie rincorrono gli accordi e gli arpeggi saturi di effetti che portano in processione la lirica di un testo affilato e visionario; una bolla sonora che si poggia inevitabilmente sulle macerie del darke che ha l’odore pungente delle tossine wave. Le parole di Shake dog shake, nel riverbero del calore assassino di luglio, giocarono con l’irrequietezza anagrafica della mia anima e mi tennero in piedi, immobile, davanti al piatto che roteava e dipanava gli assoli distorti del sax di Thompson. Non poteva essere altrimenti. Quella traccia era segnante, era irrimediabilmente segnante. Quel brano condensava un pugno di ragioni, tutte mie, così unicamente personali da non prevedere una spiegazione condivisa. Persino il diffuso nonsense dell’album ha trovato in me una sua ragione; l’ha trovata nel mio essere un quindicenne che si è nutrito avidamente di quel nonsense che in tutta la sua fase di definizione musicale ha avuto bisogno di lavorare in un rumoroso e polveroso cantiere visionario, con la sua bella e vistosa recinzione arancione di nonsense, i lampeggianti gialli e tutte le sfumature psichedeliche del caso. Quelle stesse sfumature, colorazioni ed elaborazioni grafiche che rendono la custodia del vinile una piccola opera di grande impatto stilistico e cromatico, centrato sull’effetto arabeggiante del carattere di testo, con un contorno speziato e misterico di raffigurazioni di matrice esoterica. Una copertina che ancora oggi amo rigirare tra le dita, ripercorrendo un viaggio solo parzialmente ripetibile nell’incedere lento dei miei ricordi. Potendo ingannare il tempo, e le stagioni, e gli occhi di una ragazzina bionda, vorrei tanto recuperare giusto una manciata di quel libero trasporto, di quella piccola spinta ribelle, un istante di giovane e intatta illusione.

Tratto dall’articolo The Cure: “The Top” (1984) – di Francesco Picca pubblicato su Magazzini inesistenti (www.magazziniinesistenti.it), si ringrazia Magazzini inesistenti per la gentile concessione

Francesco Picca

Nato in Puglia, laureato in economia, ha colto nella scrittura un ottimo pretesto per sfuggire alla
monotonia accademica. Ha vissuto una significativa esperienza in terra romagnola di cui vi è una traccia
riconoscibile nella genuina umanità dei personaggi che abitano i suoi racconti. Immagini e ricordi
tracciano un lento percorso tra scorci di schietta solidarietà in cui il superfluo cede il passo
all’indispensabile. La curiosità, l’attesa del cambiamento, il conflitto, la svolta, l’esperienza del viaggio
rappresentano i temi cardine della sua scrittura. Ha pubblicato due raccolte di racconti brevi, “Chiave
21” (Pufa, 2015) e “Lacca” (Bertoni, 2019). Collabora con le testate Magazzini Inesistenti, Malacoda e
Malablò scrivendo di musica, di letteratura e di attualità politica.

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