Un sacco d’amore

Una nebbia violacea. Riflessi. Un suonatore d’aria. Una modica quantità di fumo e molto silenzio. E le parole? Quelle le mette Giuliano Pavone e sono parole col ventre a terra, capaci di evocare gli spiriti.

In una nebbia violacea da cui si staccano solo i riflessi metallici di alcuni pezzi della batteria, Jimmy Page – o il suo spettro, il suo ectoplasma senza testa, ché nel filmato di lui si vedono, sfocati, solo gli abiti chiari – suona il Theremin, cioè l’aria. La chitarra sul bacino come un’appendice corporea. Il Theremin è due antenne, e Jimmy Page produce suoni muovendovi le mani in mezzo, e applicandovi poi effetti di eco e distorsione. Agita le mani in aria come un santone, come il direttore di un’orchestra inesistente, come un posseduto.

Del pubblico non c’è traccia. È chiaro che Jimmy Page si trova su di un palco durante un concerto, dunque di fronte a un pubblico. Eppure il pubblico non solo non si vede, ma sembra proprio non esistere, o al limite trovarsi a chilometri di distanza, dopo un deserto buio e lunare.

È in corso un concerto, questo è solo l’intermezzo – un assolo lungo e rarefatto – di una canzone. Chi conosce i Led Zeppelin sa anche di che canzone si tratta, e cosa vuole evocare quell’intermezzo. Ma qui non si intuisce nulla di tutto ciò. Nel video, palesatosi sul mio monitor in seguito al lavorio quasi psicanalitico di un algoritmo, Page è solo sul palco. Il palco non è più un palco. Il pubblico non si vede e non si sente, non si “sente” in alcun modo. La canzone è evaporata. La chitarra pende muta dalla tracolla, momentaneamente inutile. Esiste solo Jimmy Page, la sua non musica suonata su un non strumento in un tempo la cui dilatazione sembra non incontrare ostacoli.  

Page di spalle, senza testa – i capelli neri indistinguibili dal buio – in giubba e pantaloni bianchi, traslucidi e sbavanti. Page in primo piano, un ghigno di superbia sulle labbra, gli occhi allungati e chiusi, il viso dissolto, come polverizzato dalla grana del video e dagli effetti di luce. Infine torna alla chitarra, tenuta bassissima alla sua maniera, percuote a lungo le corde con le mani, poi le accarezza con l’archetto da violino. L’immagine sfocata, ancora senza testa, il riflettore fucsia che ha puntato addosso a tratti ne scompone i contorni in un alone fluorescente. Una modica quantità di fumo si alza piano dai suoi piedi. Page sublima in una nuvola colorata. Il filmato finisce così, senza preavviso, il lungo assolo sfilacciato che non sfocia in nulla.

Giuliano Pavone

Giuliano Pavone (Taranto, 1970) ha pubblicato una quindicina di libri fra narrativa, saggistica e varia. Il suo romanzo d’esordio, L’eroe dei due mari (Marsilio, 2010), si è aggiudicato tre diversi riconoscimenti nell’ambito della letteratura sportiva.

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