Kraftwerk

Cotrona restituisce la cognizione di un legame scolpito e libero
nel quale gratitudine, certezza, dubbio, stupore, schiettezza e pudore si ritrovano insieme sullo sfondo di un concerto desiderato, vissuto, schivato. Il protagonista guarda i suoi amici e si guarda. Nessuno sconto

Il 7 giugno 2018 i Kraftwerk sono venuti a suonare a Taranto, sulla rotonda del Lungo Mare Vittorio Emanuele III, a pochi chilometri da casa mia. Fabio e Mino sono due dei circa diecimila che hanno pagato un biglietto per ascoltarli.

Fabio si è accontentato di una posizione centrale nelle retrovie, è andato via dopo sei o sette pezzi.

Mino si è impegnato a conquistare un posto non troppo lontano dal palco ed è rimasto saldo fino alla fine, considerando soldi molto ben spesi quelli destinati alle ore extra della babysitter. Ha tollerato con tenacia il mal di schiena, compagno di vita, e ha aspettato che i segnali della conclusione del concerto fossero inequivocabili: Ralf Hutter che saluta “Auf Wiedersehen”, le luci accese, musica eccentrica in sottofondo.

Io sono rimasto a casa. Ho messo i miei figli a letto e mi sono addormentato davanti alla tv.

Fabio dice di essere andato via perché aveva visto abbastanza. Li trova troppo freddi, meccanici. Un fenomeno da studiare e comprendere: fatto questo, si poteva rinunciare al resto.

Mino non comprende la scelta di Fabio. Parla di concerto “epocale”. Per lui, poter ascoltare musica di alto livello, con gli amici, nella propria città, rappresenta una specie di summa del meglio che si possa spremere dalla vita. Escludendo l’amore e il sesso.

La musica non ha più uno spazio importante nella mia vita. Il poco che le concedo è occupato da artisti che cantano in una lingua che riesco a comprendere o alla nostalgia per le band che ascoltavo quando la musica mi piaceva sul serio.

Il pezzo che Fabio ha preferito del concerto dei Kraftwerk è Autobahn, più che altro per gli effetti visivi. Per loro il legame con la messa in scena è fondamentale, sono stati pionieri in questo.

Mino cita Trans Europe Express.

Io non c’ero, sapete, e credo di non conoscere pezzi dei Kraftwerk. Ho provato ad ascoltare i loro classici e proprio Trans Europe Express, solo quello, ha delle sonorità che sembrano aver già sfiorato le mie orecchie.

Fabio ha un ricordo chiaro dell’ecografia in cui ha visto, per la prima volta, il profilo di sua figlia. Qualifica l’emozione provata nel riconoscere qualcosa che gli appartiene, come “molto forte”.

Mino racconta di essersi commosso alle lacrime, nel veder apparire le immagini che provavano l’esistenza della sua, di figlia.

Io ricordo di aver pensato qualcosa che assomiglia all’opposto di quello che dice Fabio: questo bambino non mi appartiene. Tenevo gli occhi sullo schermo ma, mentalmente, ero più concentrato su mia moglie, perché lei poteva vedermi e lui no.

Negli ultimi anni, sta comparendo una specie di delusione, sulla faccia di Fabio. Una delusione matura. Come si aspettasse qualcosa di più dalle persone, dagli amici, e stesse imparando a convivere con aspettative minori.

Gli amici sono il centro della vita di Mino. Passare del tempo di qualità, in quantità, con le persone a cui vuole bene è importante per lui.

Io, non lo so. Sono uno che si adatta.

Non conosco bene i genitori di Fabio. Suo padre ha un’espressione che parla di quella del figlio, di come potrebbe diventare. Non bisogna fidarsi troppo delle espressioni.

I genitori di Mino avevano una vita ricca, fatta di amicizie intense, ogni sabato nella loro comitiva capitava qualcosa e io mi intrufolavo per rubare pezzetti di quella vita.

I miei non uscivano mai e, quando erano costretti a farlo (con dei parenti o con relitti di vecchie amicizie), per un motivo o per l’altro la serata finiva male.

Fabio crede in Dio, in Gesù Cristo, ma sembra deluso dai cristiani, anche da loro.

Mino, credeva anche lui. Adesso dice che non lo sa e che non gli importa. Se capita di parlarne, mostra una specie di reazione da animale ferito contro l’educazione cattolica che abbiamo ricevuto.

Per me credere in Gesù, significa credere nella vita. Le persone che ho attorno muoiono, quando non vedo Gesù. E capita spesso.

Fabio muore.

Mino muore.

Io.

I classici dei Kraftwerk. I testi sono fatti di pochissime parole, rinunciatari in un modo esemplare. Faccio un’enorme fatica a trovare qualcosa da masticare, mi incaponisco e ci riesco a stento. Man Machine. Il titolo sembra richiamare un concetto stantio: esseri umani uguali ai robot. Il testo, lungo dieci parole, smuove le acque.

Man Machine, pseudo human being

Man Machine, super human being

Tutto qua. La condizione umana, in bilico tra lo pseudo e il super. Aperta a entrambe le condizioni, non può riposare in nessuna delle due.

Fabio.

Mino.

È lì che stiamo.

Maurizio Cotrona

Nato a Taranto nel 1973 , nel 2005 pubblica il romanzo Ho sognato che qualcuno mi amava, nella collana diretta da Michele Trecca (Palomar, Cromosoma y), nel 2011 il romanzo Malafede (Lantana) e, nel 2015, Primo (Gallucci HD).
Membro dell’associazione culturale BombaCarta e  maestro della scuola di lettura per ragazzi Piccoli maestri. Il figlio di Persefone (Elliot edizioni, 2019), è il suo ultimo romanzo.

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