Passato Progressivo

Il testo di Rolando Frascaro racconta la storia di una scoperta musicale che si fa biografia  personale, in un modo che appare essere superficiale e invece si rivela profondo. O forse è il contrario. La cosa più bella che fa Frascaro, in realtà, è un’altra, ma non possiamo dirvi quale, perchè è una di quelle cose che svanisce quando la nomini.

Ad un certo punto mio padre è andato a vivere negli Stati Uniti per tre anni. Quando è tornato, la prima cosa che ha fatto è stata buttarmi uno scatolone ai piedi del letto e dirmi: tiè. Poi mi ha sorriso.Non ho mai saputo esattamente cosa fosse andato a fare mio padre negli Usa, ma quello che so per certo, è che quando era lì, ha ascoltato buona musica. Lo scatolone che aveva buttato ai piedi del letto era pieno di vinili e, se chiudo gli occhi per un attimo, sento ancora l’odore di cartone e plastica che avevano tutti quegli LP infilati lì dentro. Da quel mucchio di musica il primo disco che ho ascoltato, sul giradischi sgangherato che avevo ereditato da mio nonno, è stato Trilogy di Emerson Like and Palmer. 

Non sapevo chi fossero e, con il tempo, ho scoperto che in Italia praticamente nessuno sa chi sono (mentre negli Stati Uniti sono stati spesso in cima alle classifiche e, con Trilogy, addirittura al secondo posto per tre settimane)(d’altra parte negli Usa non sanno chi sono I Ricchi e Poveri)(beati loro).Ho scoperto che in Italia erano sconosciuti, non parlando di musica (argomento che evito accuratamente quando parlo con qualcuno perché dopo pochi minuti rischio di sembrare saccente e snob)(cosa che peraltro sono), ma perché mi ero appassionato talmente tanto al disco che ho chiamato i miei tre cani Emerson  Lake and Palmer. Così ogni volta che qualcuno mi chiedeva come si chiamavano dicevo : Emerson Lake and Palmer, come la band. La risposta alla mia frase era sempre un annuire automatico e falso che significava chiaramente: quale band?Dopo un po’ ho smesso di dire : come la band e dicevo solo Emerson Like and Palmer, sperando che qualcuno dicesse “come la band” al posto mio. Ma non lo faceva mai nessuno. Così, quando qualcuno mi chiedeva come si chiamavano i cani, alla fine ho cominciato a dire semplicemente Palmer Emerson e Lake o Lake Palmer e Emerson, mescolando i nomi a caso e  indicando i bastardi al guinzaglio senza entusiasmo. Poi è morto Palmer ( il cane, Carl Palmer il batterista è vivo e vegeto, anche se non incide quasi più purtroppo),così non aveva neanche più senso sperare che qualcuno mi dicesse: come la band ! In mezzo a tutta sta storia dei cani ho incontrato Marta, amica di amici di amici, a una festa a casa sua e, in sala, c’era un poster del tour di Brain Salad Surgery (forse il loro miglior disco, anno domini 1973) e l’ho sposata. Non quella sera stessa, ma praticamente sì. Ci siamo litigati quel poster in cornice, anche se era ovviamente e senza ombra di dubbio suo,  davanti a un annoiato giudice di pace, quattro anni dopo.  Ma questa è una lunga storia e non vale la pena raccontarla.E così, a caso,  pescai Trilogy dalla scatola di cartone dei dischi di mio padre. La prima traccia, The Endless Enigma, mi fece alzare dal letto tre o quattro volte durante i primi minuti di ascolto, mentre mi rigiravo tra le mani la copertina con su le tre facce dei componenti del gruppo. Pensavo ci fosse un problema nella puntina del disco, poi nei cavi, negli altoparlanti, nel balance, nei bassi. Per tre minuti e mezzo (è quanto dura l’intro di suoni e distorsioni) ero sicuro ci fosse un problema nel vecchio impianto di mio nonno. Ne ero completamente convinto.Ma no. L’impianto di mio nonno funzionava perfettamente. Quello era progressive. Progressive rock.  E nel progressive rock, fondamentalmente, puoi fare quello che ti pare compresa un’intro di tre minuti con suoni disturbati che ti fanno dubitare che quella sia veramente musica. Ma lo capisci dopo almeno tre minuti che, invece sì, è musica. Poi ti ci vogliono anni per capirlo del tutto. E, probabilmente, non lo capisci mai fino in fondo. Bisogna avere pazienza con questo genere musicale, per amarlo completamente. Ammetto di non avere avuto la stessa perseveranza con Marta. Ricordo che quando l’intro di The Endless enigma finì e iniziò la partitura vera e propria, mi sentii come Benvenuti quando scontrò la faccia contro il sinistro di Monzon. O così immagino che sia stato. Sbarrai gli occhi e mi girai il disco tra le mani, come se bruciasse. Lessi i titoli delle canzoni. Non capivo un’ H di inglese e, fino a quel momento, non mi ero mai posto il problema di fare uno sforzo in tale direzione. Ma, se oggi lavoro dove lavoro e vivo dove vivo, un po’ forse lo devo anche a Trilogy e alle ricerca disperata e forsennata di imparare a tradurre i titoli e poi testi delle canzoni usando un dizionario che mio padre si era portato dagli Usa e sulla cui prima pagina c’era scritto “To Pasquale from Jessy with love”. Ho detto tradurre i titoli e i testi e non capire i titoli e i testi, non a caso. La maggior parte dei dischi rock progressive sono concept album. Storie incrociate fitte di personaggi strampalati che sembrano quelle di un film e, non tutte, chiarissime. Almeno a me.Dentro la scatola dei dischi di mio padre c’era un sacco di altra roba progressive. Gentle Giant, King Crimson, Genesis, Rick Wakeman. Dischi con tracce che duravano otto minuti, sintetizzatori, tempi musicali mai sentiti. E copertine fighissime ovviamente, che hanno segnato un’ epoca (tanto per dirne una la copertina di Brain Salad Surgery ha dato vita, in pratica, a tutta l’iconografia cyberpunk)Il progressive è stata la colonna sonora della mia vita. E, anche se suona fottutamente sdolcinato, beh cazzo, è così. Ho fatto l’amore in macchina per la prima volta ascoltando In the court of the King Crimson (onestamente fatto l’amore solo per la durata di 21st Century Schizoid Man , 5 minuti e come esordio non mi sembra male), ho guidato piano per le vie di Roma fino al funerale di mio padre ascoltando Fragile degli Yes, tanto per citare due episodi degni di nota. Poi il progressive è morto. E va bene anche così. Lo ha sostituito l’electropop anni 80. Ma questa è un’altra storia. E, anche questa, non vale la pena raccontarla.

Rolando Frascaro

L’autore ha meno di quarant’anni ma più di trenta (molto, ma molto di più) e ancora non ha capito cosa farà da grande. Aveva pensato il violinista ma la sua pigrizia, incostanza e totale incapacità di concentrazione non gli hanno permesso neanche di imparare le basi dello strumento (nè di acquistarlo, a dirla tutta). Ha deciso così di dedicarsi ad attività a lui più congeniali: l’osservazione della deriva dei continenti, del cambio delle stagioni, del costante inasprimento delle sanzioni per la sosta sulle strisce blu. Appassionato di calzini colorati e terrorizzato dalle statue equestri, l’autore è avaro e incline alla menzogna. Le poche righe del presente albero rock, saranno le uniche tracce che lascerà su questo pianeta.

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