Anarcvia

Quattro strumenti suonati male. Facile da suonare e da cantare. E’ il 1971 e il punk arriva a Roma per mezzo di un disco degli Stooges. Riuscirà a compiere la sua rivoluzione?

Negli anni ‘70 avevamo questa band che suonava cover. Ci esibivamo due volte la settimana in un locale nel quartiere Coppedè, nel centro di Roma, un locale che adesso ha chiuso. L’ho scoperto l’anno scorso quando ci sono passato davanti per caso.

Non ero più stato da quelle parti.  Un romano non ha motivo di andare al quartiere Coppedè.  È una piazza racchiusa da palazzi in stile liberty. Piccoli ma slanciati castelli con altane protette da tanto decorative quanto inutili mura merlate e finestre con le vetrate dipinte di rosso e viola e blu. Prima ci viveva gente ricca e nobili decaduti. Ora gente ricca, mentre i nobili decaduti hanno affittato le loro villette a multinazionali e paesi stranieri che ci hanno stabilito la sede di ambasciate e consolati.

Due amici inglesi,  Paul e Marion, volevano andarci per visitare questa perla architettonica unica al mondo. (così diceva la guida che avevano comprato a Birmingham e che si intitolava con un macabro ma incoraggiante “Cento posti da vedere a Roma prima di morire”).

Insomma, passeggiando per Coppedè, mentre Paul e Marion scattavano foto, ho scoperto che Il Garage, così si chiamava il locale dove suonavamo mille anni fa, aveva chiuso.

Mi sono fermato davanti alla serranda alzata che una volta era stata l’entrata del Garage e adesso era l’entrata di un garage.

Un tizio in pantaloni e t-shirt nera fumava una sigaretta. Non ho detto niente. Non ho chiesto niente. Ho indicato una vetrata di un palazzo dove aveva la sede una qualche ambasciata africana e ho detto a Paul: Guarda lì. Paul ha fatto di si con la testa, ha sorriso, ha scattato una foto.

Finito il giro a Coppedè siamo andati a cena e poi a casa mia. Marion ha parlato tutto il tempo di viaggi che avremmo dovuto fare e libri che avremmo dovuto leggere e film che avremmo dovuto guardare. Paul si è versato una quantità micidiale di whisky e, alla fine, ha smesso di chiedermi se poteva avere del ghiaccio e ha cominciato ad andare in cucina a prenderselo da solo. Prima di andare a letto mi ha detto che la prossima volta mi avrebbe portato una bottiglia di whisky buono. Non quella merda che aveva bevuto tutta la sera.

A letto ho pensato al garage e agli Stooges.

“Dovresti ascoltare questo”.  Barbara mi aveva dato un disco mentre eravamo in macchina e la stavo riaccompagnando a casa. Era l’estate del 1971. Aveva tirato una boccata dalla sigaretta e buttato fuori il fumo dal finestrino abbassato, via Nomentana sapeva di muschio ed era illuminata da luci di Natale dimenticate.
“Suonate sempre quella roba lì” . Barbara aveva fatto un gesto vago della mano. “Ascolta questo. Per favore”. Aveva buttato il disco sul sedile posteriore.

C’era stata una pausa. Avevo chiesto chi sono. Barbara aveva guardato sul sedile posteriore. “Fanno punk”. Aveva detto. L’avevo guardata con aria interrogativa, lei aveva alzato le spalle.

Il disco era The Stooges e dentro c’era I wanna be your dog con Iggy Pop che dice, in pratica, che vuole essere il cane di lei, basta che riesca a starle vicino. Era una canzone d’amore.

Noi, al Garage, suonavamo rock. E ballate rock. Dicevano “non lasciarmi”, perlopiù. Qualche volta anche “ti amo”. Forse, in una, dicevano anche che lei era un po’ stronza. Magari non proprio stronza ma qualcosa di molto simile. Di certo non dicevano voglio essere il tuo cane. Quello era punk. Proto punk, è stato detto poi.

C’erano solo quattro strumenti e suonati male (oggi diremmo non virtuosi, perché se dici che gli Stooges suonavano male rischi la lapidazione in pubblica piazza)(e forse te la meriti), testi incazzati, crudi, rabbia, giri secchi di basso e batteria, sangue, insofferenza.

Qualche tempo dopo riuscì a trovare una rivista indipendente dallo Zoppo, alla Stazione Termini, un posto che è sopravvissuto alla morte della cultura punk per motivi inspiegabili.  Nella rivista c’era un articolo e una serie di foto del cantante degli Stooges, Iggy Pop. Cantava  indossando solo un paio di jeans. Stava a torso nudo, aveva la pelle tirata come se fosse un vestito troppo stretto, capelli di paglia e occhi larghi . Durante i concerti si tagliava il petto con una lametta, qualche volta.

In una delle foto c’era lui disteso sopra il pubblico che invece stava in piedi. I fan lo tenevano reggendolo con le braccia tese. La scritta sotto la foto diceva “Il frontman degli Stooges, mentre pratica lo stage diving”.

Era folle. Era ribelle, era contro ogni regola, era nuovo, era in pasto al pubblico, che poteva mangiarlo sputarlo e mangiarlo di nuovo. Era punk.

Ho prestato quel disco a qualcuno della band, non ricordo più chi. L’ho prestato come si presta una rivista porno sadomaso che ci è piaciuta. Con la paura di essere giudicati, ma con la speranza di trovare un complice in qualcosa che ci sembra sbagliato ma che ci da soddisfazione. Ricordo che quando mi ridiede il disco, forse era Paolo, il nostro bassista, gli chiesi cosa ne pensasse. Non so, disse lui. Mi sembra, facile, direi.

E Paolo aveva ragione. Il punk è facile da suonare. Facile da cantare (basta essere stonati il più delle volte)(è evidente che godo all’idea di essere lapidato in pubblica piazza) e facile da capire. Ma, allo stesso tempo, è difficile da digerire e da apprezzare. Come il jazz.  Più è bello e meno sono le persone che lo capiscono, ha detto qualcuno. E quel qualcuno, secondo me, poteva dirlo anche del punk.

Il punk è il cool jazz con le parole e le chitarre stonate e i suonatori incazzati e strafatti di eroina.

Nel 1971 non era facile trovare dischi Punk a Roma e così, per un sacco di tempo, ho avuto solo “The Stooges”. Quando potevo finalmente trovare gli altri, perché cominciavano ad arrivare nei negozi,  è arrivata Maria e le sue urla notturne e i pannolini. Poi l’ufficio dalle 9 alle 18 e le vacanze dai genitori di Barbara. Poi sono successe un sacco di altre cose. E, insomma, la morale della favola è che non c’è più stato modo di ascoltare molto punk.

Ma questa è una scusa. E il punk, non ha scuse.

Rolando Frascaro

L’autore ha meno di quarant’anni ma più di trenta (molto, ma molto di più) e ancora non ha capito cosa farà da grande. Aveva pensato il violinista ma la sua pigrizia, incostanza e totale incapacità di concentrazione non gli hanno permesso neanche di imparare le basi dello strumento (nè di acquistarlo, a dirla tutta). Ha deciso così di dedicarsi ad attività a lui più congeniali: l’osservazione della deriva dei continenti, del cambio delle stagioni, del costante inasprimento delle sanzioni per la sosta sulle strisce blu. Appassionato di calzini colorati e terrorizzato dalle statue equestri, l’autore è avaro e incline alla menzogna. Le poche righe del presente albero rock, saranno le uniche tracce che lascerà su questo pianeta.

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